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Scuola di felicità

Finalista 2017

Opera:
Scuola di felicità
Casa editrice:
Mondadori
Opera

La vita di un professore non è mai facile: la noia nello sguardo degli studenti, la loro smania di guardare i cellulari durante la lezione, l'aria che, tra ormoni e finestre chiuse, si fa ben presto irrespirabile. E in più la consapevolezza che "gli studenti che vanno bene avrebbero buoni voti con qualunque insegnante; quelli che vanno male invece vanno male con te". È così anche per il protagonista di questo romanzo, un professore di Lettere, cinquantenne, vedovo, solitario, che da tempo ha perso la fiducia nell'incanto del suo lavoro. E di incanto non c'è nemmeno l'ombra nella rivoluzione messa in atto dalla nuova Dirigente scolastica, Lisa Bardella – un passato politico aggressivo –, decisa a razionalizzare la scuola in base ai più moderni criteri di valutazione e a renderla una vera e propria "Scuola della Felicità". Obiettivo principale è aumentare la "Fil", ovvero la Felicità interna lorda, ma anche, o forse soprattutto, recuperare iscritti. Nel frattempo, nell'istituto cominciano a verificarsi strani avvenimenti: chi si intrufola in piena notte per dipingere sulle pareti enigmatici murales di protesta? E perché gli studenti si sono divisi in due fazioni concorrenti, i Marci, contrari a quello che considerano un degrado dell'istituzione scolastica, e i Benesserini, sostenitori invece della Dirigente e dei suoi metodi? Il professore, ormai abituato a tenersi a debita distanza dagli affari della scuola, si ritroverà suo malgrado coinvolto quando alcuni suoi alunni lo chiameranno in piena notte chiedendogli aiuto. Gian Mario Villalta, professore lui stesso, scrive un commovente romanzo di formazione, in cui ad affrontare un processo di profondo cambiamento non sono solo gli adolescenti, ma anche il loro insegnante, che alla fine di un anno scolastico che ricorderà per tutta la vita ritroverà, forse, un senso nel proprio, preziosissimo, lavoro.


Giudizio della Giuria

La scuola italiana è la palestra ideale in cui si allenano da un trentennio oscuri personaggi politici che mirano a ricoprire cariche istituzionali più “glamour”. Il dibattito si apre e si chiude su questa considerazione un po’ luttuosa che sembra comunque il territorio da caccia grossa alla base del poetico – ma anche rigoroso, arrabbiato – romanzo di Villalta, “Scuola di felicità”. Professori disincantati e disillusi, come il protagonista narrante, ma anche studenti demotivati, assenti, assorbiti da esistenze interconnesse H24 ma talvolta ancora in grado di percepire qualche urgenza culturale partecipativa. Il mondo è cambiato, la scuola rimane il punto fermo di un passato in cui nessuno cerca più di riconoscersi, e le sfaccettature del confronto aperto tra docenti, studenti e famiglie sono diventate un caos generalizzato dove i ruoli si accavallano e le gerarchie diventano utopie retrodatate.


È finito l’incanto, non ci sono più i presupposti per accompagnare veramente gli adolescenti in un percorso di crescita che li traghetti verso memorie e atteggiamenti responsabili. La scuola è una necessità ufficiale e poco altro. Lo stesso protagonista si trova a confliggere più con le patologie private dei suoi ragazzi che con le loro eventuali defaillances didattiche, per non parlare dei contrasti con i genitori, ansiosi e prevaricatori quando non arroganti e minacciosi. Bisogna rendere felici i ragazzi, più che istruirli, ed è proprio ciò che mette in atto la nuova preside dell’istituto, che a caccia di consensi e di iscrizioni si propone di razionalizzare la scuola in base a criteri emotivi esasperati, per creare una fantomatica “Scuola della Felicità” in cui il benessere psicologico diventi lo scopo dell’offerta formativa, non solo un supporto destinato a migliorare le prestazioni.


Proposito surreale, ma d’altronde è surreale il labirinto burocratico in cui i docenti ormai sono imprigionati per motivare – giustificare – le loro sempre più sofferte ore di lezione. E il romanzo cresce e si dipana su questo aspetto sempre più demotivante, dove il rapporto tra adulti e ragazzi diventa solo un duello quotidiano in cui si cerca di sopravvivere. C’è anche una componente “misteriosa”, destinata a offrire spunti per una valutazione a suo modo epocale delle problematiche scolastiche: enigmatici murales apparsi sulle pareti dell’istituto, il rapimento di uno studente da parte di alcuni estremisti di destra, il rapporto poco ortodosso tra il prof. e la madre del ragazzo rapito... Ma ciò che preme a Villalta è senza dubbio descrivere dall’interno una realtà sociale che cambia, là dove la parola “formazione” diventa il terreno di confronto dell’intero tessuto sociale, poiché oggi la scuola è il punto di riferimento di uno smarrimento epocale a largo raggio, in cui si trovano a dirimere questioni da lettino di analisi generazioni di adulti e di ragazzi, passando per qualche anima solitaria – come l’io narrante – che spera ancora, forse, di veder rifiorire l’incanto, dove ora le sue lezioni sono diventate – al di là di una sfida quotidiana - solo il conteggio di un tempo da passare nel modo meno indolore, in attesa di un’ipotesi di felicità che nessun progetto imposto dall’alto saprà mai regalare.


Sergio Pent

Autore

Gian Mario Villalta

Gian Mario Villalta è nato nel 1959 a Pasiano in provincia di Pordenone. È direttore artistico del festival pordenonelegge. Tra le sue raccolte di poesie: Vedere al buio (Luca Sossella, 2007), Vanità della mente (nella collana "Lo Specchio", 2011, Premio Viareggio) e Telepatia (LietoColle, 2016). Altrettanto intensa la sua attività di studioso e di critico. Con Stefano Dal Bianco ha curato il Meridiano Le poesie e prose scelte di Andrea Zanzotto. Per Mondadori ha pubblicato vari romanzi, tra cui Tuo figlio (2004) e Alla fine di una infanzia felice (2013), e il saggio Padroni a casa nostra (2009).

Altre opere Edizione 2017